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Bomar Critique

Simona Vinci: Dark Star

C'era solo neve, neve dappertutto, a perdita d'occhio, e ghiaccio, e tutto era bianco: il cielo, e la terra e l'orizzonte.

 

L'ultimo posto al mondo in cui ancora cadeva la neve.

 

Si inginocchiò sulla neve gelata, le mani nude affondate nella superficie ruvida. Non sentiva niente. Neppure il dolore. Come se al posto delle mani, delle braccia, dei piedi e delle gambe avesse delle protesi di titanio, perfette e insensibili. Immaginò come dovesse essere poter correre davvero con quelle e percepì una sensazione di onnipotenza. Il tronco che si slancia verso l'alto, gli arti artificiali che ammortizzano l'impatto col terreno e ti scagliano su, verso il cielo, a una velocità impossibile da immaginare per un corpo umano normale. Abbassò la testa, gli occhi chiusi, e cercò di farsi tornare in mente il volto di sua madre, senza riuscirci. Allora riaprì gli occhi, e in tutto quel bianco, quel bianco accecante e cattivo, vide una minuscola sagoma rosso scuro che si muoveva verso di lui.


Lontana. Ancora lontana. E poi vicina. Un volto familiare al quale non riusciva però ad affibbiare un nome. Sillabe sulla punta della lingua. Ma nessuna che andasse bene insieme a un'altra.


*

Tanto tempo fa, la neve incominciava qui, mi dice. E a volte, incominciava a nevicare alla fine di agosto. Non smetteva più, fino a primavera. Comunque, adesso questo è rimasto l'unico posto freddo, qui è sempre ombra. Lo vedi il muschio attaccato alle case? Quello resta sempre, anche in estate, anche quando si scioglie la neve, toccalo, levati un guanto e toccalo, è morbido, sembra vivo.

Pareti verde scuro, quasi nere, umide.

Faccio scorrere le dita su quella materia vischiosa. Lui ricomincia a parlare, senza cercare i miei occhi, come se parlasse da solo, o con qualcun altro. Ma qualcun altro non c'è, qui, siamo solo io e lui e un silenzio che fa quasi male alle orecchie. E io devo tradurre le sue parole dentro la mia testa. Devo scomporre le frasi e ricomporle in un'altra lingua. Ma tutte e due si sono rotte. Una la conosco troppo poco e l'altra la sto dimenticando. Solo il pensiero è pulito, e anche quando scrivo è pulito, ma quando parlo, o ascolto, c'è solo confusione e ci vuole tempo.

E lui parla, e parla, usa tante parole quando potrebbe usarne una sola. Tutti quanti loro fanno così. Anche il vecchio lo diceva sempre: l'uomo con il pelo sulle guance usa troppe parole perché non sa pensare. Tu sei diversa, credi di essere peggiore e tutti faranno in modo che tu ti ci senta, peggiore, ma non devi credergli. Mai. Non permettere loro di entrare dentro la tua testa con false concezioni.


Affondo nella neve rigida, già vecchia, neve della settimana scorsa, quando ha nevicato per 48 ore consecutive e il mondo ha cambiato faccia. Quando ha smesso, il cielo si è schiarito di colpo, l'azzurro ha spaccato il coperchio bianco e ha ripreso il suo posto. Ma la neve non è sparita. Da morbida che era si è ghiacciata, perché il sole, da questa parte della montagna, non arriva mai, solo per qualche settimana, in piena estate, e nemmeno tutti i giorni.


Anche questo me lo disse il vecchio. Il vecchio mi diceva tutto. Mi diceva passato presente e futuro. Le storie di prima, e quelle di dopo. Diceva, c'è un posto dove possono andare tutti quelli che hanno qualcosa di meno o qualcosa di più. Un posto dove quel meno e quel più sono una forza e non una debolezza. Quel posto esiste davvero e tu un giorno ci andrai. Quando parlava io restavo zitta ad ascoltarlo, ma senza guardarlo mai negli occhi, aveva gli occhi bianchi da cieco, e mi facevano paura. E pensavo che se l'avessi guardato negli occhi qualcosa di brutto sarebbe certamente successo.

Ma quel giorno, dal vecchio non ci sarei tornata. Da quel giorno, non ci sarei tornata più. Solo che ancora non potevo saperlo.

Cammino affondando fino all'anca nelle orme lasciate dai suoi passi, crateri ovali che buttano fumo, come se la suola delle sue scarpe fosse bollente. Vedo la sua schiena infagottata nel parka verde e le macchie irregolari dei suoi calzoni militari che mi ballano davanti agli occhi, frustate insopportabili contro il bianco lucente della neve. Ha il cappuccio sollevato sulla testa, occhiali da sci a specchio che gli coprono mezza faccia e una sciarpa avvolta stretta sulla bocca. Zoppica in modo buffo. Quando si volta e dice qualcosa, il suono della sua voce è ovattato e lontano come se mi parlasse attraverso una porta chiusa.

Attenzione al dislivello, dice.
Qui c'è una buca, dice.
Occhio al ramo a sinistra, dice.
Ancora mezz'ora di cammino, dice.
Non avere paura, dice.
Siamo quasi arrivati, dice.

E io non dico niente, invece.
Mi stringo le braccia attorno al corpo e mi sembra di essere in via di sparizione. Sotto la stoffa leggera del mio parka rosso si sentono solo ossa che bucano e niente carne. E' il freddo, mi dico. Il freddo che mi ha addormentata dappertutto, adesso arriviamo, mi scalderò, ci sarà un tetto, ci saranno quattro pareti, un fuoco acceso.

C'è un buco per terra. Nascosto dietro una roccia frastagliata mezza coperta di muschio nero. Lo vedo infilarsi nel buco e mi sembra che la terra lo inghiotta e lo risucchi via. Io sono ancora fuori, il vento gelido che mi sferza e quel bianco sopra e sotto e dappertutto. Ho paura. Paura che lui sia sparito per davvero, che il buco si sia richiuso. Paura di trovarmi di colpo lì da sola, nel vento, nel bianco, a dover percorrere all'indietro tutto quel cammino, discendere la montagna e tornare dal vecchio, a domandargli di entrare. Poi vedo la sua mano. La pelle bruciata dal freddo, rugosa e piena di tagli rimarginati da poco. Le sue dita che si muovono, una dopo l'altra, e mi fanno cenno di seguirlo.

C'è un tunnel scavato nella neve, la luce che filtra all'interno è blu. Bisogna camminare chinati, briciole di ghiaccio mi scivolano sulla nuca e dentro il parka. Sollevo il cappuccio a coprirmi la testa e lo sento sfregare sul soffitto.

Poi di colpo non c'è più nessun soffitto, siamo di nuovo fuori, all'aperto, ma è un aperto che non somiglia a niente che io abbia mai visto.
Qui non ci sono alberi.
E il cielo è sempre della stessa gradazione di nero. Nero petrolio, nero fondo del mare, nero pece.
Vuoi seguirmi?


Adesso le vedo. Sono dappertutto. Silenziose e immobili. Alcune senza occhi, altre senza bocca. Sono come me e io sono come loro. Lo stesso, mi fanno paura.

Allunghi una mano verso il mio viso ma ti fermi lì, a un millimetro di distanza, sento il calore dei tuoi polpastrelli che si irradia e mi scalda la pelle, poi però non mi tocchi.
Hai paura?
La tua mano ferma, le dita allargate, guardo le linee a spirale sottilissime e leggo la tua storia.
Tu invece non puoi leggerla, la mia.
Il mio passato non esiste. Non esiste più.

Allungo una mano verso il volto della prima ragazza. La bocca è cucita e i suoi grandi occhi grigi sono immobili. Non può parlare ma io lo stesso sento cosa dice. Le sue parole mi risuonano nella testa, il volume che cresce e decresce, come una marea.

Vuoi toccarmi ma non hai il coraggio. Tu hai gli occhi color onice e il naso schiacciato. Una radice ti cresce nella scriminatura dei capelli e ogni mese sei costretta ad estirparla perché nessuno possa vederla. E' una radice rosa e profonda, e quando la strappi, fai sempre attenzione a coprire per bene il buco con una ciocca di capelli. Non l'hai mai fatta crescere, ma ora potrai farlo. Spunteranno foglie e tu avrai capelli come felci di bosco e dalla tua testa germoglieranno bacche.

La seconda che cerco di sfiorare ha una lucida foglia verde incollata sopra gli occhi, tiene la bocca aperta e mi mostra la lingua rosata, sopra la lingua c'è uno scarabeo color bronzo che agita le antenne. Lei è senza occhi, ma può descrivermi alla perfezione, come se davvero mi vedesse.
Forse, non è soltanto con gli occhi che si possono vedere le cose.
Devo ancora imparare, devo imparare tutto.

Mi volto a cercarlo, ma lui è sparito. Sono rimasta sola con loro. La radice sulla mia fronte preme per uscire, sento prudere, tra poco spunterà.


Era di nuovo inginocchiato nella neve a sognare i suoi arti di titanio nuovi fiammanti. Di nuovo in attesa, di nuovo con ricordi che lo assalivano e a ai quali non riusciva a dare un nome in nessuna lingua del mondo. Forse, pensò, i suoi erano ricordi del futuro formulati in una lingua che doveva ancora essere inventata. E lui era solo un traghettatore, e non l'avrebbe mai conosciuta. Aspettava altre due ragazze, oggi. Altri due scarti del mondo di sopra. Ma questo tempo sarebbe passato. La nuova lingua stava per essere partorita. E quando questo fosse accaduto, lui avrebbe potuto camminare di nuovo su scintillanti gambe di titanio. Questa era la promessa.

La neve ricominciò a cadere, e attorno c'erano solo bianco, neve e ghiaccio, a perdita d'occhio.

 

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