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Bomar Critique

Alberto Abruzzese: The re-discovery of symbols

Bolognesi appartiene a quelle figure di artisti che più collimano con lo spirito dei tempi. Se ne può parlare - come spesso ama fare la critica d'arte - chiudendo il discorso su ciascuno di loro nei termini di una biografia d'opere e di vita, oppure se ne può parlare aprendo lo sguardo sul mondo che essi vedono e ci propongono. Preferisco la seconda scelta, mi si addice. E a questo taglio del discorso si addicono anche le immagini che ho di fronte. Sono simulacri, armati eppure dispersi, di un immaginario che, infranto nella sua lunga e breve durata, tuttavia rin-viene di continuo. Ho usato quasi trenta anni fa la formula "armati e dispersi" proprio per definire gli artisti anonimi del fumetto pornografico italiano degli anni Settanta. Erano carte poverissime ma fanno parte delle tante scorie - alte e basse - che precedono il lavoro di Bolognesi.

Paesaggio metropolitano, poi un fondo nero, il qui e dovunque: donne blu - nude, armate del proprio corpo ancor più che della loro pistola - recitano un sofisticato rito, fatto di citazioni. Citazioni leggere e pesanti al tempo stesso, come quelle pistole (tecnologia per eccellenza, eccellenza della tecnologia, suo significato ultimo) che sanno di essere giocattoli ma che, come giocattoli, sanno di essere pistole. E questa idea di fondo - ovvero che l'innocenza di ogni forma ludica è scellerata e dunque contiene in sé la irreversibile e immodificabile verità del dopo Olocausto, del dopo Bomba - va tenuta a mente nel guardare l'opera di Bolognesi. Che ama il cinema in quanto fanta-scienza, e dunque sa bene che il cinema si è sempre auto-rappresentato nelle forme dell'ultima e più potente catastrofe del mondo. Là dove passato e futuro si annullano nello scatto fotografico della fotografia e nel battito d'ala della proiezione in sala: da Babilonia all'Impero Romano, dalla Via Crucis alle grandi catastrofi naturali, dalla morte degli eroi e dei Re al Nazismo, e infine: dalle Due Torri di Manhattan al Vuoto. In questo vuoto si offre il bieco blu di un'epoca sospesa nelle tenebre. Il sadomaso della nostra memoria smemorata. E felicità infelice.

Citazioni, queste di Bolognesi, che iniziano - si fanno memoria - da quando tutto è già finito, da quando cioè il "pop" si è fatto "art". No, meglio il contrario: da quando l'arte si è disciolta nella vita inquieta e disperata, infondata ma appassionata delle mode e dei consumi. Da quando Warhol (l'ultimo artista al quale è stato concesso di essere neo-rinascimentale) e Baudrillard (l'ultimo sociologo e filosofo al quale è stato concesso di essere neo-metropolitano) hanno chiuso la partita che Marcel Duchamp (intelligente, troppo intelligente) aveva iniziato per non farla mai finire. Per non morire. Per non lasciare le sue spoglie ai musei. Per non essere opera ma mondo. E quel finale di partita - quella sparizione dell'arte in altro da sé - continua a ripetersi. Ai nostri giorni.

Le donne in blu - che Bolognesi, nello spazio senza fondo della sua/nostra testa, fa danzare da ferme, bloccate dallo scatto fotografico, ma anche dalla loro piena coscienza di essere maschere - possono farci risalire alle sigle di apertura dei film di James Bond, con le loro mutazioni di genere (sesso, colore, natura): donne fluttuanti e assassine, così armoniche, estetiche, positive e politicamente corrette, a confronto di ciò che è venuto dopo con l'immaginario dark e hard delle forme più estreme di arte e intrattenimento per gli iper-mercati globali. C'è affinità di intenti, pensiero e esperienza tra supermercati e supereroi. In comune hanno la fisiologia e psicologia delle moltitudini. Sì, usare la parola moltitudine è una moda, eppure niente di meglio per dire che qui non si parla di società ma di vita vissuta. Non di soggetti ma di carne.

Nessun delirio di potere della "Spectre" di Bond avrebbe potuto immaginare le attuali ordinarie condizioni di vita dell'Impero Occidentale di Bush e di quanti aspirano al suo posto. Bolognesi - in quanto di professione artista e quindi bricoleur del tempo/spazio - appartiene ai mondi implosi degli X-men, ai loro corpi e sensi e affetti e volontà mutanti, così come alle dolcezze archeo-industriali di Alien (anche lui come me ama l'intimità eroica e felina di Ripley, madre guerriera, madre inseminata da mostri, corpo che si lava e si prepara a uccidere), o all'ironia pornografica (possibile questa coniugazione?) di Russ Meyer (precoce manipolatore di cinema e sesso in quelle stesse forme aperte e in-concludenti che, dopo avere deliziato artisti e dilettanti del super 8 mm, caratterizzano ora sempre più la mai soddisfatta navigazione dei bloggers). Gli specchi di John Carpenter (regista di un film cult come Dark Star) non sono fatti per riflettere illusioni di realtà, ma sono soglie tra immersione e emersione di ectoplasmi: nel fondo nero di Bolognesi si fanno di luce blu le sue donne vendicatrici (di cosa? Forse del fatto stesso di non avere più nulla da ri-vendicare).

Si può dire che Bolognesi gioca in questa serie con le figure della propria infanzia. Con ciò che resta di quelle figure. L'infanzia, la prima infanzia della generazione di Bolognesi non ha avuto più piazze o prati o strade in cui crescere o credere di crescere, ma gli schermi della televisione, ovvero caleidoscopi dalle mille e mille metafore al minuto secondo. Dentro questa generazione fluorescente - tra notte e giorno, cielo e terra: proprio come per i flussi insonni della televisione - alcuni viaggiatori di ritorno, toccati dal dono dello sguardo, hanno cercato la propria iniziazione al mondo là dove la natura quotidiana dei palinsesti si bloccava e lacerava, lasciando intravedere i tempi ciclici del mito. Per costoro questo dove sono stati il cinema e il fumetto. Tutto ciò che fugge dalla scrittura e dalla pittura.

Un certo cinema e un certo fumetto. I loro scarti. Il mito si addice agli eletti che se ne sentono investiti. E gli eletti cercano insieme spazzatura nei diamanti e diamanti nella spazzatura. E' stata materia da favole, questa, riletta poi in termini moderni: Edgar Allan Poe ha incastonato un diamante nell'impugnatura del coltello che l'Uomo della Folla nasconde tra le pieghe del suo abito casual, questo era il suo look, la sua inaugurazione di uomo alla moda. Modo d'essere dell'umano.

La nostra tradizione di moderni è stata percorsa - seppure a tratti discontinui - da simili deviazioni dall'ordinario connubio tra società e istituzioni: viaggi in Oriente, vagabondaggi in Africa, visite nel sottosuolo, passeggiate per sentieri sperduti tra rocce e foreste o tra vetrine e passages di Parigi. Questa stessa esperienza esiliata si è poi ripetuta e appartiene ora a chi, invece di pensare alla storia o alla cronaca, si immerge nelle figure del cinema e del fumetto in cui più forte si manifesta il rifiuto dell'immagine come finestra sul mondo. Costoro amano guardare tra le rovine dell'immaginario industriale e post-industriale. Qui trovano un senso da incorniciare. Qui lo trova anche Bolognesi.

I super-eroi sono una regione dell'anima. Se si presuppone che ciascuno di noi abbia la sua, i supereroi sono fatti della nostra stessa pasta. La loro anima non viaggia nei cieli dello spirito: è immersa nelle fantasmagorie della modernità e aspira alla carne viva del post-umano. In loro, i supereroi, non si celebra l'origine divina dell'individuo quanto piuttosto la tragedia umana di chi ha tentato di farsi divinità perché spinto dalla sua stessa necessità di dis-umanizzazione, dal suo stesso desiderio di liberarsi di sé, di vincersi. Come Sigfrido nel sangue del Drago, i corpi di queste figure dell'impossibile come possibilità si sono bagnati nei ritmi della vita minuta e insignificante della gente comune, qualunque, debole e smarrita. Il desiderio di essere invulnerabili sta nel più struggente segno di vulnerabilità dell'essere.

Per capire ci può aiutare un recente racconto della scrittrice americana Deborah Eisenberg: Il crepuscolo dei supereroi. E' stato scritto tra le nebbie di polvere che salgono dal ground zero di Manhattan. Nel leggerlo - storia minima dell'impotenza del mondo - si capisce che i supereroi del trash sono il crepuscolo delle mitologie moderne. Crepuscolo delle figure che furono a loro volta il crepuscolo degli dei. E come sappiamo il crepuscolo è quella zona in cui i regimi dell'ordine (la massima visibilità) cedono ai regimi del dis-ordine: là dove la vista è superata da tutto ciò che essa tende a escludere. Là dove è accerchiata dal sentire della pelle (e il blu dei corpi di Bolognesi è appunto una sorta di odore e vibrazione della loro carne).

Culturalmente accettati a suo tempo da progressisti come Umberto Eco in nome del loro carattere di "opere aperte", i supereroi dell'industria culturale di massa - per affermarsi, per esibire la loro filosofia "umana, troppo umana" dell'affermazione - hanno vestito gli abiti di ogni debolezza quotidiana, di ogni difetto terreno. Le loro doti salvifiche hanno sfruttato ogni nevrosi, malattia e incidente prodotti dalla natura e dalla scienza. Sono diventati centinaia e centinaia per accumulazione: partoriti da innumerevoli scambi virali tra Occidente e Oriente. Sono una comunità di sensi che ha trovato il proprio medium nella globalizzazione e il proprio abbigliamento vintage nei costumi di tradizioni locali sperdute nel tempo e nello spazio. Una comunità impossibile che vive ora un suo nuovo crepuscolo. Bolognesi - ancora con la forza di chi abita sulla linea di confine - crea le proprie figure da questo ultimo venir meno degli eroi nel rinvenire ulteriore del sacro. Con i colori densi dell'ammonimento. Che, come ha insegnato il futurismo, sono anche quelli degli affetti e degli effetti.

 

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