Catherine Somzé: Woodland (Interview for Eyemazing magazine)
All'inizio dell'anno, la rivista di fotografia "Eyemagazine" mi ha chiesto un testo da abbinare al portfolio di Marco Bolognesi per la sua serie Woodland.
All'interno del testo, avrei voluto riportare direttamente le sue parole; così gli ho inviato una mail con alcune domande. Questa corrispondenza costituisce la base dell'intervista che segue. Conosciamo assieme Marco Bolognesi.
Catherine Somzé: Dove sei nato? E, soprattutto, la tua origine ha influenzato in qualche modo la tua carriera?
Marco Bolognesi: Beh, Catherine, sono nato a Bologna, la città famosa per i tortellini e le Due Torri. Ma ero alla ricerca di un luogo in cui avrei potuto perdermi, un luogo immenso in cui lavorare ai miei progetti. Ora Londra è la mia città, una città che ha aiutato molto la mia carriera, soprattutto per quanto riguarda le possibilità di ricerca.
C.S. : Puoi dirmi qualcosa a proposito della tua formazione ?
M.B.: Sono nato in una famiglia di artisti. A casa, mi sono sempre sentito libero di esprimere la mia creatività. La conseguenza più naturale è stata dunque quella di iscrivermi a una scuola d'arte, cosa che ho fatto, e in seguito al Dams di Bologna. A quell'epoca era unico nel suo genere... In ogni caso, ero nato per essere artista. Quando ero ragazzo, dopo la scuola, invece di fare i compiti, stavo tutto il tempo a pensare ai miei progetti artistici... Il primo si chiamava Visioni. Era una sintesi di pittura e collage assieme a liriche e poesie. Poi, all'Università, mi sono interessato in particolare ai pionieri del cinema, come Georges Méliès, Louis e Auguste Lumière, Eadweard Muybridge, D. W. Griffith, Man Ray, e anche Robert Wiene e il cinema surrealista. In seguito, ho approfondito le mie conoscenze sull'animazione, su artisti come Jan Svankmajer... La mia tesi di laurea riguardava l'estetica del cinema, in particolare di un cortometraggio di Peter Greenaway dal titolo The Sea in Their Blood (1983)
C. S.: Lavori anche come illustratore. Da quanto tempo? E fino a che punto credi che l'illustrazione abbia influenza sul progetto ‘Woodland' ?
M. B.: Se devo essere sincero, non ho mai lavorato davvero come illustratore, anche se mi sarebbe piaciuto. Nelle mie costanti ricerche e per la mia necessità di raccontare storie, ho cercato di lavorare come illustratore e fumettista. E anche se non ci sono riuscito, ancora oggi questi due media hanno un'influenza importantissima sul mio lavoro e rappresentano una fondamentale fonte di ispirazione, in particolare le opere di Guido Crepax e Dave McKean. D'altra parte, il mio progetto ‘Woodland', non diversamente dagli altri, è iniziato proprio con studi grafici, schizzi, bozzetti a partire da una ricerca sull'illustrazione e il fumetto.
C. S.: Ti definisci un fotografo ?
M. B.: No, non sono un fotografo. Sono un artista. Non riesco a pensare al mio lavoro diversamente. Ad esempio, spero che in un futuro prossimo avrò la possibilità di realizzare film. Mi piacerebbe farne, come Peter Greenaway. In ogni caso, le etichette non mi preoccupano affatto: il mio modo di lavorare sarà sempre lo stesso.
C.S. : Se non sbaglio, hai già realizzato dei film ?
M. B.: Sì, è vero. Tra il 1994 e il 1996 ho lavorato a due video per la RAI, utilizzando una tecnica mista. Quel periodo è stato importantissimo per me: ero all'Università e rincorrevo il mio sogno di diventare un regista... Poi ho lavorato come assistente a Cinecittà. Purtroppo, mi sono accorto presto che i miei sogni non si accordavano con la realtà dell'industria cinematografica italiana. Così, mi sono preso un anno sabbatico: ho abbandonato il video e ho cominciato a concretizzare le mie idee grazie all'immagine fissa.
C. S.: Come condideri dunque la fotografia ?
M.B.: Anche se ci sono arrivato quasi per caso, la fotografia mi ha sempre interessato. A differenza del cinema, il processo fotografico, anche il più complesso, permette più libertà nella costruzione di quel mondo immaginario che è sempre stato alla base dei miei sogni.
C. S.: Ma pensi di lavorare sempre con la fotografia ? C'è un medium che preferisci ?
M.B.: Il fatto, vedi, è che non riesco a sentirmi costretto in un solo medium... Lavoro con media diversi e questo mi permette di cambiare costantemente la mia prospettiva. Per me è fondamentale. Ho sempre creato "digerendo", assimilando cose diverse che sembrano non aver nulla in comune tra loro. Così diventano parte del mio metabolismo e allora posso nuovamente esprimerle. In più, ogni progetto ha bisogno di un medium diverso, specifico. Comunque, quello che amo di più è il processo creativo di per sé, che va dalla semplice idea, alla fase di ricerca, alla creazione di una squadra di lavoro, e così via, fino alla presentazione al pubblico. Direi che considero la fotografia qualcosa di molto simile alla regia. E che la fotografia e i cinema sono le mie passioni più grandi.
C.S.: Il tuo immaginario si fonda su un'ampia gamma di tradizioni visive...
M.B.: Inizio sempre con la ricerca e la raccolta di immagini. Disegno da quando ero bambino. E ora trascorro ore a navigare su Internet e a sfogliare libri. Credo che la mia raccolta di immagini più vasta sia... tutta chiusa nella mia testa.
C.S.: Mi pare che la cultura pop sia una fonte di ispirazione molto importante per te...
M. B.: Sono contento che tu lo dica, perché di solito nessuno mi crede quando dico che mi ispiro moltissimo alla figurine fantasy e di fantascienza, agli "action toys" e ai fumetti! Mi piacciono i film che parlano di altri mondi, di mondi diversi, come Batman, Underworld e Hellboy ad esempio. Ma adoro anche quelli di David Lynch, Peter Greenaway, David Cronenberg e Guillermo Del Toro.
C.S.: "Woodland" è il progetto al quale lavoravi quando eri «Artist in residence» all'Istituto Italiano di Cultura di Londra, nel 2002. Da quale idea sei partito per questa serie? Ho letto qualcosa sui corpi geneticamente modificati. Mi puoi dire qualcosa in più ?
M. B.: Tutto è iniziato quando ho visto il premio «Artist in residence» nel 2002, e mi hanno chiesto di lavorare assieme ad alcuni stilisti inglesi e italiani. Per me non è stata solo un'esperienza artistica ma anche un'esperienza di vita. All'inizio ero un po' ingenuo e non capivo del tutto il sistema della moda. Ora lo capisco meglio e non mi interessa lavorare in quest'ambito. Per questo progetto sono restato fedele a me stesso e mi sono servito dei miei punti di riferimento, di artisti come Hieronymus Bosch, Floria Sigismondi o Joel-Peter Witkin. Ho cercato di "trasportarli", di tradurli nel mio mondo. Quanto agli organismi geneticamente modificati, beh, era il passo successivo, il più naturale: c'era un mondo fantastico, un wood, un bosco, un bosco immaginario, abitato da creature che avevano dei tratti innaturali, qualche cosa di "sbagliato". Anche se per me esse nascono abbastanza spontaneamente, in realtà sono il risultato di collages invisibili. Grazie a questa tecnica, posso modificare lo stato naturale delle cose. Tra l'altro, generalmente, la maggior parte del processo ha luogo nella "produzione" e per queste immagini la "post-produzione" è quasi nulla. Così, ho sviluppato il concetto di metamorfosi, l'idea di esseri geneticamente modificati dalla natura, di esseri "alterati". Il bosco è il luogo nell'inconscio, come diceva Freud, e così ho dato al mio progetto il titolo di "Woodland" e non di "Wood", perché mi interessava parlare di un luogo che non fosse ancora culturalmente circoscritto. Noi tutti sappiamo che cosa sia un bosco, ce lo figuriamo con il suo inizio e la sua fine. Io volevo creare un altro luogo, un luogo senza confini.
C. S.: ‘Woodland' era collegato alla «Fahion Week». Che rapporto c'era con quell'evento?
M. B.: La prima parte del mio progetto "Woodland" è stato presentato nel 2003. Poi, la conclusione del progetto, seguita dalla pubblicazione delle opere per la Bomar Edition, ha richiesto circa due anni di lavoro. La prima mostra era un evento legato alla settimana della moda, la «Fahion Week 2003» che vedeva la collaborazione dell'Istituto Italiano di Cultura. Così, ho lavorato con alcuni tra i più grandi stilisti, come Vivienne Westwood, Giorgio Armani, Alexander McQueen, ecc. Con alcuni di loro continuo a collaborare.
C. S.: E a parte questi celebri stilisti, con chi hai lavorato per "Woodland"?
M.B.: Dopo la fase di ricerca e la stesura dei disegni, ho cercato di unire una squadra di creativi: truccatori, acconciatori, creatori di moda, modelle, ecc... Non è semplice, perché è necessario che io mi senta in armonia con queste persone. Così la ricerca si prolunga per mesi... È così che ho incontrato Yin Lee, la mia truccatrice. Tra noi c'è una grande affinità, e ora è l'unica con cui lavoro.
C. S.: Qual è il tuo rapporto con Ennio Morricone ?
M.B.: È stato un momento davvero speciale. Ennio amava i miei video e si è offerto di presentarli in quel luogo straordinario che il Palazzo delle Esposizioni a Roma. I miei progetti precedenti erano un'esplorazione di linguaggi diversi. Ci sono temi ricorrenti nel mio lavoro, ad esempio il nudo femminile. Sai, sono italiano... E dunque edonista. La mia cultura si basa proprio sulle cose belle e le donne belle... Un altro aspetto ricorrente è la tecnica di cui mi servo, il collage. Il collage può consistere nel fatto di tagliare e incollare assieme materiali diversi in uno stesso lavoro, come ad esempio nell'idea di mettere della sabbia su una foto per dar l'impressione della materialità della fotografia, per accordarle una nuova qualità tattile. Ma questa azione di collage, di "incollaggio", può anche riferirsi a qualcosa di molto meno materiale, come per "Blind Eyes", dove elementi che appartengono a linguaggi diversi (filatelia e pornografia) convivono in micro-video che poi vengono fotografati con una Polaroid. "Woodland" è un'evoluzione, cioè la costruzione di un linguaggio in cui gli elementi di diversa provenienza trovano un'unione felice.