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Bomar Critique

Elena Forin: Body, vision,contamination

Se, come dice Antonio Tursi, l'uomo di oggi, proprio come quello Barocco, si trova in un contesto di precarietà antropologica, ciò dipende da un'instabilità diffusa che attraversa tanto l'arte quanto la politica, lo sviluppo civile, il sistema della conoscenza e quello delle relazioni tra individui.
Eppure, ciò che accomuna il Seicento alla nostra epoca, non è solo la macrostruttura di una società votata all'incertezza, ma la pregnanza di un mondo allegorico centrato sulla magniloquenza, l'accumulo e la stratificazione di contenuti e significati, proprio come nel mondo di Marco Bolognesi, in cui mappa concettuale e corpo estetico si fondono per parlare dell'uomo contemporaneo e del suo tempo.
Ad emergere in questa ricerca è il carattere ciclico e continuo di un mondo dalla temporalità multipla e dalla personalità mutevole, in cui il collasso delle categorie ha lasciato solo la presenza di certi simboli che, come in Babylon Federation, non fanno che enfatizzare il territorio di confine su cui si muove l'identità attuale.
Cinghie, lacci, armi e divise divengono allora metafore di un universo che ha scelto la disgregazione come valore e come punto di vista per affrontare quell'impasto di scienza, tecnologia, potere e immagine che è Dark Star.

Elena Forin: Perchè il titolo Dark Star per questa pubblicazione?
Marco Bolognesi: Dark star è un omaggio al film omonimo di John Carpenter e al suo cinema. Dark star fu il suo primo feature film e anche la pietra su cui si è fondato il suo stile. Con questo libro presento il mio mondo, o una parte di esso, e la mia visione dell'universo.

Vuoi parlarci della scoperta e della creazione di questo tuo universo artistico?

Ho la necessità di rendere visibile un universo che sia un luogo metafisico: una sorta di parabola tra reale e immaginario. Edgar Allan Poe diceva che la realtà che noi vediamo o il modo in cui appariamo è soltanto un sogno nel sogno. Il cosmologo inglese John David Barrow invece parla della nostra visione come di un fenomeno legato agli strumenti che abbiamo a disposizione per vedere, creando una distinzione tra universo visibile e Universo con la U maiuscola.
Il mio pensiero è legato al fatto che la cultura occidentale (se ancora si può parlare di cultura occidentale in questo mondo globalizzato) ci dice e ci insegna che cosa dobbiamo vedere e che cosa non "esiste", e il luogo dell'arte mi permette di affrontare temi contemporanei mettendo al centro la trasformazione dell'essere umano come individuo, attraverso il flusso nascita-morte-nascita concepito nei termini di un ciclo.

Approdi quindi all'idea di un individuo eterno, senza fine...
Esatto. Un "ouroboros", uno dei pochi simboli comuni a tutti i popoli e a tutte le epoche: un serpente arrotolato che tiene la coda nella propria bocca, il serpente cosmico che rappresenta la totalità e che incarna insieme un essere divoratore e divorante. Mi interessa e mi affascina perché è la metafora per eccellenza dell'ambivalenza, dell'inizio e della fine, del male e del bene, del maschile e del femminile, della circolarità e dell'eterno flusso delle energie. Nell'antico Egitto era il simbolo dell'universo, e da qui sono partito per costruire il mio.

L'ambivalenza che esprimi in Ma'aM è uno starting point per la tua ricerca successiva. Cos'è cambiato rispetto al passato e quali valori hai scelto di abbracciare con questa serie?
Ma'aM coincide con il mio arrivo a Londra e con il conseguente contatto con una struttura sociale e culturale differente: qui ho messo in discussione molte cose, prima tra tutte un'idea di cultura che in Italia mi dava un senso di soffocamento.

Cosa intendi?
Londra è una città in cui tutto è possibile perché ti puoi perdere, puoi scomparire e ricomparire sotto una forma diversa. Puoi giocare molti ruoli sentendoti davvero libero, e purtroppo per me in Italia non è così.
Ma'aM è il progetto con cui ho fondato il mio universo e ho sancito una svolta rispetto alla mia visione precedente: in parte ho ripreso l'immaginario crepaxiano a cui ero molto legato, e ho cercato di tradurlo in fotografia attraverso immagini in cui il gioco dei ruoli (che si manifesta nel rapporto dominatrice/dominata) è grottesco, ma anche leggero e irriverente nei confronti del potere.

Con Ma'aM il mondo femminile trova la sua definitiva consacrazione nel tuo universo...
A differenza di diversi modelli di teatro, tra cui quello greco, che era centrato sulla figura maschile (e infatti l'uomo ricopriva anche ruoli femminili), nel mio caso la situazione è completamente ribaltata, perché il mio è un mondo di amazzoni! Sono convinto che la donna sarà la dominatrice del futuro: tempo fa lessi un articolo sul fatto che la differenza tra uomini e donne non sta negli ormoni ma nel patrimonio genetico. Le donne infatti hanno più geni attivi degli uomini, e di conseguenza questa ricchezza permette una maggiore opportunità e duttilità anche per la ricerca scientifica. Questo mi fa pensare che la donna sia l'essere da studiare anche per la mia indagine, a maggior ragione perché non credo che tali riflessioni siano pura fantascienza, ma anzi un futuro molto prossimo.

La sessualità nella tua ricerca si pone come fulcro relazionale. Vuoi parlarcene?
Ritengo il corpo in sé una forma di scrittura, e quindi poterlo manipolare diventa importante in termini di stratificazione linguistica per arrivare a costruire un nuovo vocabolario. L'erotismo delle mie fotografie dichiara certamente un rispetto profondo del corpo e della sessualità della donna: non mi interessa tanto costruire una foto basata sullo shock, come nel caso di Nobuyoshi Araki o di Terry Richardson, ma piuttosto su un'emozione che cresce interiormente.

La stratificazione linguistica si trasforma nel tuo lavoro in un collage visivo che con Woodland torna ad avere un'importanza fondamentale. Dagli sketches e dalle polaroid abbiamo un assaggio di come nasce la tua visualità e di come il tuo sguardo costruisca una sovrapposizione di simboli e significati attraverso gli oggetti...
Sostanzialmente il mio approccio al lavoro ha delle attinenze con le modalità cinematografiche di creazione di un film, perché procedo per fasi differenti e sovrapposte, come per una sorta di ritualità in cui le fotografie vengono concepite e nascono da un lungo rapporto con l'idea. Ogni fase aggiunge qualcosa alla precedente e forma il substrato per quella successiva, proprio come in un collage.
Tutto ha inizio a partire da un bozzetto che mi aiuta a sviluppare un concetto su cui successivamente costruisco un progetto vero e proprio.

Il legame con il mondo della moda è un aspetto che va chiarito e limitato entro certi confini. Vuoi parlarci di questa relazione?
Il mondo della moda mi è interessato per la componente psicologica del mascheramento e del trasformismo. Il corpo utilizza la seconda pelle dell'abbigliamento per cambiare ruolo e trasformarsi in "altro da sé". Gli abiti sono come costumi di scena che, occultando o al contrario esibendo alcune parti del corpo, mettono in scena una sorta di narrazione corporea.
La forte artisticità e la ricchezza di contaminazioni rendono per me la moda un universo molto interessante cui mi relaziono secondo una modalità simile a quella dello stilista che attinge al mondo dei fumetti e delle illustrazioni. La moda rispecchia la società che l'ha creata, e la passerella in questo senso la racconta attraverso il simbolo e la metafora.

 

Con C.O.D.E.X. B. non siamo di fronte né agli ibridi sintetici dei Synteborg, né agli esseri misti in cui parti naturali coesistono con arti robotizzati (Babylon Federation), quanto piuttosto a degli individui elevati a potenza. Quale importanza ha avuto la fantascienza per la nascita e lo sviluppo di questo progetto?
La fantascienza fa parte della mia cultura, e mi attrae perché non è solo il racconto di un mondo fantastico proiettato nel futuro, bensì un modo metaforico di narrare attraverso questo stesso mondo e per raccontare e sviluppare tematiche contemporanee: un esempio classico è "Only you can save mankind" di Terry Pratchett, in cui, attraverso una storia di fantascienza per ragazzi, emergeva il tema della prima guerra in Iraq.
Io volevo creare dei personaggi che fossero un ibrido tra i mutanti "homo superior" di Stan Lee con gli X-Men, e i cyborg come Terminatrix in "Terminator 3".
Per questa serie, che è un work in progress, ho avuto un grosso input e grande ispirazione in particolare dal personaggio di Mistique degli X-Men per la sua bellezza mutevole e per i suoi poteri, ma anche dalla Ripley di Alien, un personaggio che negli anni ‘80 cambiò molto l'immagine della donna nella società.

Uno snodo fondamentale per la tua ricerca è quindi dato dal cinema: quale posto occupa in termini visuali e di contenuto?
Sostanzialmente le mie storie hanno fortissime aderenze col cinema, soprattutto con le sue derive più visionarie ed estreme. È lo stesso tipo di approccio che cerco nel corso della mia indagine artistica. Mi interessano registi come Cronenberg, soprattutto per l'"uso" che fanno del corpo, per la riflessione sul post umano e sull'intersezione biologica di carne e metallo che si ritrova anche in Tetsuo-Iron Man di Shinya Tsukamoto.

In questo senso tale background e tale approccio sono stati fondamentali anche per il tuo ultimo short film Black Hole...
Ho voluto portare avanti la mia ricerca sull'oscurità attraverso la scelta di un percorso visionario unito a un'atmosfera gotica ai confini della realtà.
Si tratta in questo caso di concetti che finora avevo sviluppato solo attraverso la fotografia e che nella fusione dell'individuo con l'intelligenza artificiale che avviene con Black Hole trovano un più completo compimento.
Rispetto al passato il tema della fusione, più che connotarsi in termini fisici e pratici, ha qui un carattere maggiormente concettuale, in quanto l'uomo, fatto di carne e sangue, diventa tutt'uno con un elemento informatico di origine matematica, al fine di sviluppare una nuova razza capace di una ulteriore trasformazione nei confronti degli altri umani.
Ho inoltre proseguito il lavoro che avevo già affrontato con Cyborg Faces, e cioè quello di una bellezza umana in cui la tecnologia emerge con innesti artificiali, come piercing futuristi che ne potenziano la forza e altre capacità, rendendo tali creature non tanto dei robot sintetici ma degli esseri la cui umanità è stata elevata a potenza per poter sopravvivere in un ambiente così inospitale. In questo senso credo che il drammatico contrasto tra la naturalezza dell'umano e la freddezza tecnologica dei chip o delle protesi di metallo del volto, sia stato un elemento fondamentale per la caratterizzazione di questa serie.

In Babylon Federation e in C.O.D.E.X. B. assistiamo a una guerra tra sintetico, reale, virtuale e ibrido. Fantascienza, horror, cyberspazio: qual è il mondo di Marco Bolognesi?
La fantascienza è sicuramente uno dei generi che più mi appassiona: film come Dune o Blade Runner hanno aperto il mio universo.
Tuttavia, anche un certo horror ha degli aspetti di grande ispirazione, ad esempio la maschera della protagonista di Opera di Dario Argento ha avuto un ruolo fondamentale per la costruzione dei miei Synteborg. Volevo che alcuni di questi esseri sintetici avessero un trattamento speciale, lo stesso del personaggio di Betty: infatti come la protagonista del film, le mie donne sono costrette anche fisicamente a guardare il mondo omicida che le circonda senza poter distogliere lo sguardo.

Un altro aspetto fondamentale, che dimostra un'ennesima intersezione tra cinema, ricerca tecnologica e letteratura, è l'idea della modificazione genetica presente anche in Babylon Federation ...
Si tratta di un lavoro di decostruzione e decontestualizzazione, in cui hanno avuto un certo peso anche l'idea del libro La svastica sul sole di Philip Dick e l'immaginario nazifuturista. Ho voluto decontestualizzare la parte storica dei costumi di certe epoche mescolandoli con immagini prese dal fetish, per creare un linguaggio che scompone i simboli del potere e del sarcasmo ad esso legato per arrivare ad ottenere degli esseri postumani che non appartengono al nostro tempo pur vestondone i simboli.

Le Geiko raccolgono tutta l'esperienza precedente fondendo la sessualità costretta di Ma'aM al collage di Woodland e di Babylon Federation, fino ad un'idea di conflitto latente che attraversa anche in C.O.D.E.X. B. Quale influenza ha avuto il cinema orientale su una struttura già così articolata?
Con il cinema orientale ho un rapporto di amore-odio: provo grande interesse per l'aspetto visivo e per la concettualità latente, ma il ritmo narrativo a volte è troppo lento.
Il coreano Natural City di Byung-Chun Min e il giapponese Cashern di Kazuaki Kiriya sviluppano rapporti tra droidi e umani mostrando un futuro caotico e ipertecnologico dove l'uomo dovrà lottare per mantenere la propria natura umana.
Il cinema orientale insomma, tende a portare alla luce la visione di un futuro critico a cui lasciare un'eredità tecnologica ma anche emotiva capace di differenziarci dai droidi. Sono particolarmente affascinato dalle immagini oniriche molto dettagliate, dalla familiarità con il fumetto, con i videogiochi e dal rapporto consapevole con altri mezzi espressivi che restituiscono un effetto di realtà incredibilmente verosimile.

 

A. Tursi, Estetica dei nuovi media. Forme espressive e network society, Costa & Nolan, Milano 2002.

 

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