Lorenzo Canova: The lost beauty of the future
I più grandi scrittori della letteratura distopica e della fantascienza più avanzata, da Philip K. Dick a Ray Bradbury fino a James G. Ballard e William Gibson, hanno intuito la condizione contemporanea di spaesamento e di ansietà dove la memoria e la nostalgia del passato accentuano i timori per il presente e le inquietudini per l'avvenire con i suoi misteri e le sue incognite. Non a caso molti di questi autori si sono interessati all'opera di Giorgio de Chirico, uno dei primi artisti a intuire le tensioni, gli enigmi e le minacce che si addensavano sul Ventesimo secolo che si stava aprendo. De Chirico, del resto, ha annunciato anche quella condizione dell'artista che, sdoppiato come un'erma bifronte, "vede" profeticamente il futuro aspirando a ricomporre utopisticamente l'armonia perduta del passato.
Marco Bolognesi, anche se in modo sfuggente, appare interessato a dialogare con questa bellezza perduta, o meglio con quell'ideale di bellezza che ha rappresentato per secoli il codice segreto di una classicità perennemente inseguita e mai del tutto raggiunta. Già de Chirico aveva evocato quell'ideale con la presenza delle statue di Arianna e di Apollo nei dipinti, con gli spazi delle arcate e delle architetture, attraverso la pratica interpretativa della copia; e tutta la sua opera, forse più di ogni altra esperienza di avanguardia estrema, ha segnato l'impossibilità di ricomporre quel mosaico perduto, di far rinascere quel passato che per noi resta soltanto un accumulo di rovine, di frammenti e di mutilazioni pietrificate. Del resto de Chirico ha prefigurato anche un mondo dove l'uomo è scomparso per essere sostituito dalla parafrasi "ortopedica" di quel manichino che ha anticipato la presenza dell'androide o del cyborg che ha attraversato le arti e il pensiero tra Ventesimo e Ventunesimo secolo per giungere fino alle opere di Marco Bolognesi. Bolognesi, infatti, nel suo ciclo Cyborg Faces ha voluto creare una nuova bellezza artificiale dialogando consapevolmente con gli stereotipi visivi della femminilità da rivista patinata e con la visione centrale e "classica" del volto femminile la cui naturalità viene contraddetta dalla presenza tangibile del mondo elettronico contemporaneo. L'artista, non a caso, ha giocato sulle contraddizioni del digitale, la cui immaterialità si fonda su una presenza concreta di tastiere, cavi e altoparlanti, involucri dell'hardware e del software, veicoli concreti della diffusione dei pixel e dei codici numerici che costruiscono le immagini e i suoni del nuovo universo informatico. I volti delle donne-cyborg di Bolognesi sono allora costruiti attraverso pezzi smembrati di computer, con innesti di fili e microchip, con la presenza dunque di quelle che possono essere viste come le "rovine" di una contemporaneità in perenne e rapida trasformazione, dove le componenti tecnologiche, innovative e avanzatissime solo pochi anni fa, in breve tempo diventano obsolete per apparire paradossalmente più invecchiate degli stessi resti del mondo antico. L'autore ha scelto questa iconografia ricordando forse la "palta" (kipple) di Do Androids Dream of Electric Sheep (da cui com'è noto è stato tratto il celebre film Blade Runner) il romanzo di Philip Dick basilare per l'attuale visione del "postumano". Bolognesi mescola quindi la grazia e l'avvenenza delle sue donne quasi irreali alle presenze di una tecnologia in disuso, particelle di una "palta" fatta di detriti accumulati che invade il mondo e la vita quotidiana rappresentando simbolicamente la presenza entropica della fine delle esistenze personali e collettive, una vanitas (e qui de Chirico potrebbe comparire nuovamente come un ritornante) dopo la fine degli dei che annuncia la scomparsa e la sostituzione della stessa specie umana.
Cfr. J.G. Ballard, Fine millennio: istruzioni per l'uso, Milano 1999 (ed. orig. A User's Guide to the Millennium, 1996), pp. 129, 139 233, 281; P. K. Dick, Le Tre stimmate di Palmer Eldritch (ed. orig. The Three Stigmata of Palmer Eldritch, 1965), Palermo 1999, p. 196.